“La tecnologia modifica la conformazione del cervello umano”. (Lamberto Maffei)

Fonte Wired.it

Diventiamo più reattivi ma anche più superficiali e smemorati. Smartphone e Pc modificano fisicamente il cervello umano

 

Per ora è solo un’ipotesi, ma i primi risultati empirici ci sono già, in barba ai tecnoesaltati pronti a vaticinare un radioso futuro per l’uomo, sospinto dal progresso digitale: l’uso della tecnologia modifica il cervello umano. Fisicamente. Biochimicamente. E, a conti fatti, lo fa in negativo. Insomma, che la società sia mutata radicalmente – e impetuosamente – nell’arco di pochi anni, è sotto gli occhi di tutti. La connessione domestica, accuratamente selezionata ponendo le offerte ADSL del settore a confronto, ci permette di svagarci senza mettere piede fuori dall’uscio;  mani nei capelli quando la batteria del cellulare si colora di rosso e annuncia, infausta, l’imminente spegnimento. Urla di sgomento e indignazione se il pub sotto casa è sprovvisto di reti Wi-Fi; e manco a parlare di gite fuoriporta in sperdute località irraggiungibili dalla rete 4G.

Cambia la conformazione del cervello umano

Ok, siamo iperconnessi col mondo e slegati dalla realtà di tutti i giorni, abbiamo sempre più “amici” e sempre meno amici, comunichiamo con tutti e non parliamo con nessuno. Banale. Meno banali sono i processi neurobiologici che si innescano nel cervello umano, costretto a riassestarsi su una realtà differente da quella che l’evoluzione ha imposto fino a quando internet non ha scompaginato tutto. La mente si rimodella sulle nuove abitudini, la mappatura sinaptica si adegua al cambiamento. Ma, nel farlo, lascia per strada facoltà affinate nei secoli e che ci accingiamo a perdere. O almeno così dicono.

Diventiamo più stupidi? In un certo senso, sì

Lamberto Maffei è professore emerito di Neuroscienze alla Normale di Pisa, Presidente dell’Accademia dei Lincei, e se pubblica uno studio sulla questione, direi che bisogna tributargli il credito che gli spetta. Secondo i suoi studi, la dipendenza dalla tecnologia 2.0 sta modificando la struttura neuronale del cervello umano, organo ‘lento’ costretto a misurarsi con la supervelocità dei media digitali. Il risultato è che il pensiero lento, quello atto alla riflessione profonda, all’apprendimento e all’educazione, va in corso a deperimento, in favore di una reattività necessaria a sostenere i ritmi della società di oggi, ma ben poco adatta a stimolare meditazioni alte. Il cambiamento è fisiologico, nel senso più sostanziale del termine. I neuroni del pensiero lento si spengono in favore dell’istintualità, il cervello umano si rimappa. Va bene, forse non diventiamo propriamente più stupidi, ma più superficiali, quello sì.

Bruciamo secoli di evoluzione

Che poi non è una novità. Da sempre, il cervello umano ha saputo (o dovuto) rispondere attraverso mutazioni neurobiologiche a cambiamenti comportamentali e abitudinari. La scrittura, ad esempio, ha infiacchito la memoria e oggi si assiste alla radicalizzazione del processo. Apprendere significa costruire il proprio sapere ponendo un mattone sopra l’altro. Cosa che l’ultrarapidità dei mondani ritmi odierni ostacola. Abbiamo meno bisogno di ricordare, comodamente assistiti dalla tecnologia che fa da scudiera dei nostri istanti quotidiani e che ricorda al posto nostro. Meno allenati, meno pazienti, più pigri, riscontriamo maggiori difficoltà ad acquisire conoscenze. Apoteosi della dimenticanza.

Per non parlare del multitasking

Facciamo più cose e in minor tempo. Siamo diventati dei supereroi? Naa. Uno studio condotto dall’Università del Sussex da due ricercatori, Kepkee Loh e Ryota Kanai, ha coinvolto un campione di 75 persone dell’età di circa 25 anni. È stato somministrato loro un questionario sulle abitudini di utilizzo di diversi strumenti: giornali, televisione, streaming tramite PC, SMS, e-mail, app. Su 40 di essi è stata poi eseguita una risonanza magnetica che ha messo in evidenza come negli individui più multitasking vi fosse una quantità minore di materia grigia nella corteccia cingolata anteriore, l’area del cervello umano predisposta a controllare le funzionalità emotivo-cognitive.

Cervello lento, mano lesta

Dall’Istituto di Neu­roin­for­ma­tica dell’Università di Zurigo, in collaborazione con l’Università di Friburgo, però, giunge la scoperta che riabilita la tecnologia e il suo rapporto con il cervello umano: la corteccia somatosensoriale, quella deputata alla ricezione degli stimoli tattili, riceve impulsi maggiori nei soggetti soliti usare il touchscreen dello smartphone. Per compiere questa scoperta, i ricercatori si sono avvalsi di un campione di 37 persone, di cui 26 in possesso di un cellulare con schermo tattile e 11 muniti di un telefonino tradizionale. L’elettrocardiogramma ha evidenziato come il cervello dei touchscreen-muniti fosse molto più reattivo ai movimenti del pollice, un po’ come accade ai musicisti, specialmente a chi suona il violino. Solo che nel caso in esame è stata rilevata una correlazione diretta tra l’utilizzo dello smartphone nei giorni precedenti e la reattività agli impulsi, mentre nei violinisti la riconfigurazione sensoriale è permanente.

Insomma, impariamo meno e ricordiamo meno, ma a pollice di ferro possiamo battere i nostri nonni a occhi chiusi, e non per colpa dell’artrosi.

 

 

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